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    “I fili della vita – una storia del mondo attraverso la cruna dell’ago” di Claire Hunter

    09 Aprile, 2021

    Ovvero: di come ricamare è fare cultura. Un libro come una vera e propria “mappa” per una preziosa riflessione su cosa significa, o può significare, ricamare oggi.

    “Poi infili l’ago da un lato, lo tiri dal rovescio e così via, ritmicamente, fino a realizzare qualcosa che conta, che esprime senso e bellezza, un ricamo che nei suoi fili cattura il tuo spirito” (Claire Hunter)

    Questa che avete appena letto è la frase finale del libro di Claire Hunter ” I fili della vita” e l’ho inserita come incipit perché, a mio avviso, riassume pienamente il senso del ricamare. Un senso del quale si va alla ricerca in ogni pagina di questo libro del quale ho per puro caso letto in un post di instagram di Miga de Pan, al secolo Adriana Torres (benedetto sia sempre l’algoritmo misterioso di instagram che me lo ha fatto trovare). Ad ogni modo non mi sarei mai aspettata che questo volume entrasse a pieno titolo nell’elenco dei miei libri preferiti. Ai miei occhi, infatti, è un piccolo grande capolavoro.

    Claire Hunter è inglese e si occupa di arte tessile, in particolare di ricamo. In questo racconto, che è memoria oltre che pura narrazione, ho ritrovato una riflessione molto simile a quella che c’è nella mia testa, che mi ha permesso di delineare una mappa interpretativa delle mie aspettative, delle mie curiosità e dei miei intenti personali e professionali.

    Provo a sintetizzarne il contenuto per voi affinché vi assalga il desiderio di leggerlo il prima possibile.

    Che cos’è il ricamo?

    Tutta la narrazione sembra nascere dal bisogno di rispondere questa semplice domanda: che cosa è il ricamo? Se è molto di più di un ritmico gesto che collega un filo ad un tessuto, è proprio questo “di più” che va investigato e compreso. La scrittrice, attraverso la narrazione del proprio vissuto e della propria ricerca, racconta di cosa è stato il ricamo nella storia e di come questa abbia interpellato il proprio agire di artista tessile, facendo lei stessa artefice di una nuova “storia”.

    Il ricamo nella sua dimensione sociale

    Fare ricamo è in qualche modo fare politica e la scrittrice ci racconta come.

    Una delle fondamentali funzioni che il ricamo ha avuto nella storia è quello di essere strumento di espressione di potere, in particolare con gli abiti ricamati appartenenti alle dinastie reali. Come Maria Stuarda, regina di Scozia vissuta nel tardo rinascimento, che utilizzava il ricamo come efficace strumento di propaganda politica in tempi per lei piuttosto difficili.

    Ma nella storia il ricamo è stato anche forma di espressione nelle esperienze di reclusione: l’autrice cita la storia di Elizabeth Fry, la prima ad introdurre il cucito e il ricamo nelle carceri femminili di inizio ‘800.

    E’ poi stato espressione di protesta con gli stendardi ricamati dalle suffragette di inizio ‘900 a quelli dei minatori in sciopero per la chiusura delle miniere inglesi degli anni ’80. Ma ha anche rappresentato uno strumento fondamentale per permettere il grido dalle pacifiste di Greenham e quello del progetto Ribbon per la commemorazione del 75 anniversario del disastro di Hiroshima e Nagasaki.

    Il ricamo è condivisione quando si prepara un lavoro a più mani. E’ pratica comunitaria e processo auto-inclusivo. L’autrice ci racconta della sua personale esperienza in questo campo. Ogni manufatto condiviso è impregnato dello spirito e delle intenzioni di chi vi ha partecipato che, attraverso un’intenzione collettiva, rafforzano in chi vi partecipa dignità e autostima.

    Come poteva cucire in quel prodotto il proprio personale messaggio di protezione, il proprio augurio di una vita felice? Interrogativi come questi racchiudono la sfida che attende le industrie tessili del futuro: come mettere l’onore in ciò che produrranno. (Claire Hunter)

    Infine non dimentichiamo che il ricamo è anche occasione di lavoro, di occupazione. E’ stato fondamentale per molte donne della società occidentale nell’800 altrimenti rilegate in maniera esclusiva ad attività domestiche e di accudimento. Lo è ancora oggi in molti paesi in via di sviluppo dove, attraverso programmi di microcredito, viene data l’opportunità a molte donne di emanciparsi dalle figure maschili di riferimento contribuendo al bilancio familiare o al proprio sostentamento. Non dimentichiamo che ciò è anche occasione di salvaguardia delle tradizioni locali.

    Il ricamo come geografia

    Fare ricamo è intessere relazioni.

    Il ricamo aiuta a rafforzare i legami, con il nostro passato, la nostra famiglia e la nostra storia. Può essere un manufatto ricamato del corredo della nonna custodito senza motivo apparente nel baule di casa o gli abiti Kanta bengalesi o i boro ricamati a Sashiko del Giappone: il tessuto ricamato evoca emozioni e sentimenti preziosi dei quali spesso non abbiamo alcuna intenzione di separarcene.

    C’è anche uno stretto legame tra ricamo e terra che racconta di un attaccamento al proprio luogo. Per custodire questo legame si sono ricamate mappe geografiche per tutto il XVIII e buona parte del XIX secolo nelle scuole femminili frequentate dalle immigrate europee nel nuovo mondo. Mappe ricamate, quindi, come evocazione della conformazione fisica del paesaggio e ricerca del significato delle proprie radici.

    Quando il ricamo connette al proprio “luogo” si riesce a rendere tangibile la propria identità, il proprio senso di appartenenza a un popolo con la sua storia e la sua cultura. Come avviene per il ricamo realizzato dalle donne di Palestina, delle Highlands scozzesi e dell’Unione Sovietica. Non solo tecnica, quindi, ma ricerca specifica di simboli caratteristici con uno specifico potere evocativo della propria cultura.

    Non è solo ciò che si ricama ma anche come lo si ricama a racchiudere un significato (Claire Hunter)

    Il ricamo può essere anche importante esperienza di viaggio come occasione di scambio tra le culture, come per l’autrice è stata la permanenza tra i Miao, gruppo etnico cinese con una imponente tradizione di ricamo. Viaggiare per incontrare l’altro, il “diverso da noi” può essere occasione di scambiare tecniche e significati culturali di cui si custodirà il ricordo per sempre. Un giorno anche io riuscirò a convincere una agenzia di viaggi solidali a organizzare un viaggio-scambio in questa materia. Ho già tante idee in mente… Un giorno.

    Del ricamo come arte è in Europa che se ne è riconosciuta davvero la portata. L’autrice ci racconta del filone creativo dell’Art and Craft in Inghilterra di inizio 900 e di come alcuni artisti si siano prodigati per ridare al ricamo il posto che occupava tra le arti figurative. Si ricordano le Glasgow Girls che hanno lavorato affinché il ricamo diventasse materia universitaria nella Glaswow School of Art. E poi il lavoro figurativo di William Morris e l’istituzione della Royal School of Needlework. Esperienze che in Italia sembrano ancora lontane anni luce a realizzarsi…

    Il ricamo nella sua dimensione più intima

    Fare ricamo è un’esperienza emotiva.

    Questo aspetto per me importantissimo è stato raccontato con grande intensità. L’autrice parla di fragilità, quando il ricamo è aiuto nella cura della malattia mentale, a partire dai primi esperimenti di cura dei reduci della grande guerra affetti da sindrome post traumatica da stress.

    Il ricamo può essere occasione per raccontare la propria esperienza della perdita dei propri cari. Succedeva ai tempi di Tutankamon e succede ai nostri tempi. L’autrice cita il NAMES Project AIDS Memorial Quilt e le arpilleras di plaza de Maio. Sono tutti atti di resistenza al dolore: ricamare consente di rigenerarsi abbandonandosi ai ricordi. Una particolare ed intensissima esperienza di elaborazione del lutto, anche come atto politico.

    Ricamare è sperimentare un’esperienza potente di protezione dal divino, dal sacro. In molte culture (India, Tajikistan, Giappone, per citarne alcuni) il manufatto ricamato contiene simboli con precisi strati di significato che richiamano il rapporto, e quindi la distanza, tra la fragile natura umana e la potente natura divina. Il simbolismo nel ricamo può diventare un’arma di protezione dal sacro potentissima. Quanto ci sarebbe da studiare in antropologia culturale sulle tradizioni di ricamo?

    Il ricamo è la nostra voce

    Il ricamo per molte generazioni di donne nella storia ha rappresentato un valore. Da tempi molto remoti le donne escluse dal mondo delle lettere fanno fanno esperienza della potenzialità espressiva di questa arte figurativa. Nonostante da qualche centinaio di anni sia stata intentata una costante quanto potente campagna denigratoria sul valore di questa arte cosiddetta “minore” realizzata da “donnette” o da nobildonne annoiate. Lo sapevate che ai tempi delle botteghe artigiane del tardo Medioevo e del Rinascimento, quando il ricamo serviva soprattutto a rappresentare il potere, i ricamatori erano solo uomini?

    Il ricamo è infine voce che ci permette di esprimere attraverso i fili ciò che ci costituisce e ci abita. Veicola il senso di ciò che siamo e che vogliamo essere attraverso un racconto fatto di discrezione e silenzio. Ricamare è quindi un moto fuori da sé sia per raccontarsi sia per mettersi in ascolto.

    E’ un modo grafico di trasmettere senso e informazioni he usa il disegno come sintassi, simboli e motivi come lessico, la disposizione degli uni e degli altri come grammatica. Ma non è un monologo, si inserisce in una conversazione, in un dialogo, è una corrispondenza che si realizza a pieno solo quando il messaggio arriva destinazione e viene letto. (Claire Hunter)

    Perchè leggere questo libro?

    Oltre alla straordinaria ricchezza di nozioni che questo libro mi ha regalato ci sono diversi suggerimenti di riflessione di cui ancora oggi sento l’eco. Mi sono infatti resa conto di quanto “altro” possa essere il ricamo rispetto a quanto a tutt’oggi rappresenti nel nostro paese. Non parlo “solo” di chi ancora considera il ricamo come una questione della nonna, lasciando intendere una immensa ignoranza.

    Mi riferisco anche a chi si occupa di ricamo in questo nostro tempo. Sono davvero poche le persone che, dedicandosi a quest’arte, pensano davvero in grande . Ancora ci si arrabatta nei piccoli cabotaggi di ogni giorno, perdendosi molto spesso in invidie e maldicenze nei confronti del lavoro altrui. Si discute se è più importante la tecnica o l’estro artistico, se conta di più formarsi seriamente o fare da sé, se il ricamo contemporaneo si deve contrapporre a quello classico, se questo o quel fiore l’ho disegnato e ricamato prima di altri.

    Non si può pensare di fare il ricamatore oggi come lo si faceva ieri ed è fondamentale ripensare a questa professione, lasciando libero sfogo ad idee nuove e alternative. Ma comunque proiettate verso il futuro alla ricerca di rinnovate forme di significato.

    Perché, se ricamare è un’arte, ricamare è fare cultura.

    Non ho molte parole da aggiungere e credo che le parole dell’autrice siano già l’essenza ultima di ciò che intendo comunicarvi con questo post, con il mio blog, con il mio insegnare e con il mio … ricamare. Vi auguro di leggerlo, di farlo vostro e di trovare la vostra mappa e il senso del vostro agire, sia che ricamiate per professione sia che lo facciate per qualunque altra ragione.

    [ricamare ndr] E’ un modo di fissare la nostra esistenza sulla stoffa: rappresentare il nostro posto nel mondo, dal voce alla nostra identità, condividere qualcosa di noi con gli altri e lasciare la prova indelebile della nostra esistenza nei punti fermi tracciati dal lavoro delle nostre mani. (Claire Hunter)

    L’autrice mi perdonerà se ho riprodotto, senza il suo consenso, alcune suoi frammenti di scritti.

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