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    Esplorando il trapunto fiorentino, un ricamo medioevale

    20 giugno, 2018

    Dopo qualche anno di studio ed esercizio di varie tecniche di ricamo sta nascendo in me la necessità di approfondire ed evolvere secondo un approccio … più squisitamente storico: comincio con il trapunto fiorentino.

    Fino ad ora il mio filo conduttore nella scoperta delle tecniche di ricamo è stata la loro potenziale applicabilità nelle arti sartoriali. Incalzare letture sulla storia del ricamo e l’aver partecipato al corso di “Riconoscimento dei punti e delle tecniche di ricamo” nella primavera del 2017 alla Fondazione Arte della Seta Lisio di Firenze con Thessy Shoenholzer-Nichols, mi ha molto stuzzicato sull’eventualità di ampliare le prospettive. Ho una curiosità crescente nel cercare di comprendere quali fattori prevalenti hanno influenzato l’evoluzione delle abilità al ricamo per questo ho deciso, parallelamente all’esercizio della broderie d’art, di esercitarmi con le tecniche classiche partendo da quelle più antiche.

    Ancora non ho sviluppato un percorso di apprendimento specifico: ho scelto di cominciare dal trapunto fiorentino sia perché mi piace tantissimo sia perché è di origine medioevale. Ho scelto uno dei disegni del manuale “Trapunto fiorentino” di Rosalba Pepi (edizioni Giunti Demetra): per questo tipo di ricamo sono necessari disegni stilizzati.

    Ho scelto un pezzo di misto lino Garda che avevo in casa, non tanto grande, il mio disegno misura più o meno 20×30 cm. Laura mi ha dato un pezzo di “cencio della nonna” da utilizzare sul retro. In pratica la tecnica prevede l’utilizzo del solo punto filza, uno tra i punti più antichi, un punto ancestrale data la sua semplicità. Ho letto che il bordo di una tunica ritrovata in Danimarca datata tarda età del bronzo (quindi del periodo 1200 a.c. circa) risultava ricamato a punto festone (C. Faque; La Broderie; Aubenel 2007). Mi è quindi facile pensare che il punto filza, molto più semplice rispetto al punto festone nella sua concezione e realizzazione, fosse utilizzato già a quel tempo e ben prima.

    Nella tecnica del trapunto fiorentino di fatto si devono cucire insieme due pezzi di stoffa sovrapposti con il punto filza. Questo punto viene realizzato a definire i contorni di un disegno che verrà messo in rilievo attraverso l’inserimento di una imbottitura in lana interposta tra i due lembi di stoffa. Quindi il disegno dovrà essere scelto tenendo conto di un fondamentale criterio: dovrà prevedere superfici geometricamente chiuse, altrimenti non sarà possibile realizzare l’imbottitura. Al tempo stesso sarà necessario prestare attenzione alle aree che desideriamo siano caratterizzate dalla medesima imbottitura: bisognerà evitare che vengano “interrotte” da punti mal posizionati che renderanno impossibile imbottire secondo le aspettative.

    Il manufatto che ho realizzato per imparare la tecnica del trapunto fiorentino

    Tecnicamente la realizzazione di un manufatto a punto filza non è difficile. Quindi ciò che rende un manufatto ricamato a trapunto fiorentino esteticamente apprezzabile dipende da quanto si è capaci di gestire magistralmente questo punto, In apparenza così semplice, il punto filza richiede comunque una discreta abilità: eseguirlo con regolarità o tenere sotto controllo l’irregolarità non è lavoro banale e nemmeno da principianti.

    E vi assicuro che al termine del lavoro la differenza tra una mano esperta e una che lo è di meno è francamente evidente. Io mi auto-giudico una sana via di mezzo: qualche mese fa quando ero immobilizzata a letto ho realizzato qualche chilometro di punto filza per il semplice gusto di esercitarmi al controllo dell’ago. Ne sono usciti emeriti pasticci e un carinissimo cuscino colorato dove, se guardato da vicino, si materializzano, come per incanto, sia i momenti di mancata concentrazione sia quelli di solida presenza sul pezzo.

    I dettagli della realizzazione sono spiegati bene nel manuale, non c’è niente di interessante che posso aggiungere. Posso solo dire che io ho scelto di realizzare il disegno, che ho ripreso dal manuale di Rosalba Pepi, su un telo neutro con disegno a contrasto in blu: davvero poco medievale, ma secondo me tanto carino, anche se Laura all’inizio è inorridita, come sempre del resto di fronte alle mie inusuali deviazioni dal “classico”.

    La tecnica italiana prevede che oltre alla “filzatura” del disegno si esegua una vera e propria “trapuntatura” all’esterno del disegno. E questa è forse la parte più noiosa. Un po’ perché la tecnica prevede l’utilizzo di un cotone della stessa tonalità della tela e quindi si fa fatica a vedere l’avanzamento del lavoro. Un po’ perché bisogna seguire dei contorni immaginari non tracciati e quindi, tutto sommato, nonostante la facilità è necessario un po’ di concentrazione in più. Nel mio caso poi è risultata la parte più lunga rispetto all’estensione del disegno.

    La realizzazione dell’imbottitura con fili di lana è invece risultata la parte più divertente: bisogna semplicemente provare, seguire le linee immaginarie di sviluppo del disegno riempiendo di lana tutte le superfici chiuse. La lana viene inserita tramite ago, in pratica si inseriscono fili di lana allungati affiancandoli uno ad uno fino a che sul davanti del lavoro la superficie risulta in rilievo rispetto alle porzioni nell’intorno. Padroneggiare questa tecnica penso significhi soprattutto prevedere un disegno che consenta di sviluppare un’eleganza nel riempimento che garantisca coerenza e bellezza a tutto l’insieme.

    La realizzazione dell’imbottitura del manufatto

    E comunque il trapunto fiorentino ha sollecitato l’appetito alla tecnica e alle sue variazioni storico-geografiche: è nato prima il “trapunto fiorentino” o la “piqure de Marseille”? E’ l’Italia che ha esportato la tecnica in Francia o viceversa? Quali sono le differenze tra le due tecniche? Come si è evoluti verso il “boutis”? Possibile che in Inghilterra questa tecnica non abbia preso piede in alcun modo? Ma questa tecnica dove nasce veramente? Possibile che l’Oriente, l’area Bizantina o il mondo Arabo non abbiano voce in capitolo? Insomma, c’è ancora molto da studiare e da ricercare, ancora una volta. Mi sa che è necessario rispolverare la bibliografia disponibile o pensare di allargare la biblioteca…

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