• Pensieri

    Quando il filo rosso si dipana e l’arte del ricamo si ri-prende il suo posto

    22 giugno, 2018

    Ho cominciato con il punto croce da bambina. Ricamare mi è sempre piaciuto, me lo ha insegnato la mamma quando avevo ancora pochi anni. Lei aveva capito da tempo che nella mia vita la dimensione del tessile sarebbe diventata fondamentale e qualche anno dopo mi ha iscritto, senza chiedermi il permesso, ad un corso di taglio e cucito. Facevo la terza media e mi sembrava un’assurdità e un controsenso per i miei tredici anni, e invece è stato il primo vero obbligo col quale mi sono resa conto che i miei genitori, in fondo, ne sapevano, sempre almeno una in più di me.

    Ho amato tutti i miei momenti a quel corso, ricordo perfettamente quello che ho imparato, ricordo le stoffe che sceglievo e il perché le sceglievo. Ricordo la gonna a tubo a scacchi bordeaux, quella senape con la baschina e i pantaloni verdi di lana cangiante. Ricordo il piacere profondo che provavo nel lavorare le stoffe ma, soprattutto, ricordo la gioia che mi dava il cucire i punti a mano. Erano gli anni ottanta e io entravo nell’adolescenza dell’epoca dei “paninari” con un ago e un filo tra le dita…

    Poi ci sono state le superiori e l’università. C’è stato il primo lavoro da geologa “di cantiere” e il mio quotidiano è piombato di colpo nell’incertezza: oggi a Milano, domani in Sicilia, dopodomani in Liguria, poi chi lo sa … così da un cantiere all’altro. Poi sono diventata geologa “umanitaria” e per anni ho abitato in luoghi lontani: Afghanistan, Regione Somala, Etiopia, Sud Sudan, Macedonia. Infine mi sono posata facendo la geologa “da scrivania” a Milano ma, un po’ per stanchezza e un po’ per dispersione interiore, non sono riuscita a combinare molto al di là del lavoro.

    Ho molto amato tutto quello che ho fatto, il modo con il quale mi sono guadagnata da vivere in tutti questi anni. Non ho nessun rimpianto. Ad un certo punto, tuttavia, le mie mani hanno chiesto di tornare ad essere al centro del mio “fare”, come quando avevo tredici anni e cucivo tutto quello che toccavo. Mi sono iscritta un corso di modellistica e sartoria con lezione al mercoledì sera dopo il lavoro ed ho cominciato a riprovare le intense emozioni che ricordavo di aver provato a tredici anni.

    Mi sono ascoltata sul serio, ho percepito l’intensità delle sfide della geometria piana, sono ritornata ad accarezzare tessuti e a riscoprire il gusto della ricerca e dell’immaginazione, ho cominciato ad osservare le forme e i colori con rinnovato entusiasmo e ho assaporato fin nel profondo la pace della ritmica dell’ago.

    Ho lasciato il lavoro perché il mio quotidiano chiedeva con insistenza di essere altro. Era la primavera del 2015 e non avevo affatto chiaro quali fossero i connotati di questo desiderio. L’unica cosa che sapevo era che nel mio futuro ci sarebbe stato l’ago. Non più rocce, carte geologiche, pozzi o sistemi di gestione, ma un ago. Tutto ciò che mi aveva reso quello che ero andava messo da parte per una nuova partenza, senza bagaglio, almeno per il momento. Per delineare i contorni di questo nuovo futuro era necessario rischiare, investire da capo in un percorso di apprendimento che richiedeva studio, dedizione ed esercizio costante e tenace del proprio talento, partendo praticamente da zero.

    Sono ri-partita rinunciando a molto: la liquidazione e molti risparmi, la stabilità e uno stipendio certo. Mi sono dovuta esporre fino ad essere senza pelle, sul serio. Ma lo sapevo che era necessario: me lo avevano insegnato i miei genitori e molte  persone che ho incontrato in giro per il mondo e che hanno attraversato ciascuno il loro personale deserto, vero o figurato, per trovare il loro senso o il loro nuovo inizio. Ho cominciato con lo studiare intensamente e, per fortuna, non sono stata mai sola.

    In una notte insonne (perché tra le conseguenze delle rinunce alla stabilità c’è anche questo) ho visto il film “Le ricamatrici”. Erano le tre di notte e in quel momento ogni cosa si è illuminata! Ho cominciato a muovere le mani all’unisono con le attrici e ho capito che la gestualità di quel “ricamare” poteva essere la mia, poteva essere il mio modo di esprimermi. Desideravo quel quotidiano, quelle emozioni, desideravo toccare quei materiali e ricevere quegli stimoli, inondarmi di quella creatività e di quel tipo di fantasia. Finalmente la strada da percorrere si delineava. O almeno comprendevo la direzione da intraprendere perché il traguardo, quello, era davvero ancora troppo lontano.

    Ho cominciato a cercare dove poter imparare a ricamare con quelle tecniche e da lì tutto è cominciato davvero: ho delineato il mio percorso formativo man mano che mi formavo. Apprendendo mi rendevo conto di quello che era ancora necessario apprendere. E ho inanellato una esperienza formativa dopo l’altra, intervallando intensi periodi di esercizio in autonomia, che mi hanno permesso di esercitare esattamente la manualità della quale volevo diventare maestra. Ho cominciato da Pino Grasso a Milano e sono approdata all’Ecole Lesage di Parigi e, esercitandomi al contempo con le tecniche antiche, ho appreso la Broderie d’Art.

    Mia madre pontificava già ai tempi dell’università che io dovessi fare l’avvocato o l’insegnante. Posto che non ho mai compreso il nesso tra i due, crescendo mi sono resa conto che forse ha sempre avuto ragione. Oggi che il mio percorso di formazione si è compiuto nei sui connotati essenziali, desidero insegnare. Ma non le scienze o la matematica; vorrei insegnare la Broderie d’Art. Mi piacerebbe insegnare quanto ho imparato in questi anni perché è nell’esercizio e nella condivisione quotidiana di quest’arte che sperimento la gioia pura del fare.

    Avevo il desiderio di fare memoria di questo inizio, di raccontarvi di come il filo rosso che mi lega alla parte più profonda di me si fosse dipanato man mano e di come poco alla volta tutto stia diventando più chiaro. La matassa di dipana di giorno in giorno ed io scopro che il senso è il semplice dipanarsi, e il traguardo non è più tanto importante.

    Ora so che posso fare qualsiasi lavoro, perché ora ho imparato a ricamare. E questo è già un “tutto”.

    Questo post è prima di ogni altra cosa un regalo per Teresa, lei sa perché.

     

     

     

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    4 comments
    Quando il filo rosso si dipana e l’arte del ricamo si ri-prende il suo posto

    • Eugenia ha detto:

      Grazie Miriam, con un tuoi post e i tuoi ricordi mi dai speranza e sempre più voglia di imparare il ricamo. È stato bello incontrarti e continuare a vederti con l’ago in mano. Non ho il coraggio di fare le tue scelte, sono molto moltobmeno talentuosa, ma sono altrettanto innamorata di questa arte minore che rischia di andare persa senza persone come te, Laura, Luisella, Francesca e poche altre

    • Catalina ha detto:

      Thank you for this inspiring post.