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    Antropologia e ricamo: il punto di partenza per una inguaribile curiosa

    24 agosto, 2018

    Gli arazzi Suzani dell’Uzbekistan,  gli abiti della mostra “Christian Dior. Couturier du rêve” a Parigi, la tunica tradizionale delle donne cuchi del Dasht-e Leili dell’Afghanistan del nord, il paravento di una baita piemontese in una valle alpina: che cosa possono mai avere in comune questi manufatti? In apparenza la risposta sembra semplice: sono tutti ricamati in maniera magistrale da mani esperte, coraggiose e profondamente creative.

    Ma è solo il concetto di “essere ricamate” che li mette in relazione?

    Non credo. C’è qualcosa di più profondo che riferisce piuttosto al loro “senso”, al loro “significato” di manufatto ricamato. Qualcosa che ci racconta del “perché” sono stati ricamati e resi manufatti speciali.

    Leggendo e ascoltando qua e là ho scoperto il volume La broderie ; splendeurs, mystères et rituels d’un art universel di Claude Fauqe. Questo libro mi ha illuminato per il semplice fatto che mi ha proposto una sintesi interessante sul significato di un ricamo, inteso principalmente come strumento funzionale ad uno scopo di rappresentazione.

    Grazie a questo libro ho cominciato a riflettere, a fare ordine nei pensieri, a disegnare delle mappe mentali e a condurre studi maggiormente approfonditi e decisamente più orientati nel trovare il mio filo rosso in questo universo. Ve lo stra-consiglio, anche se è in francese.

    Secondo l’autrice, quindi, si ricama per:

    • rendere tangibile la dimensione sacra dell’esistenza, il legame col divino, col cosmo e col mistero
    • dichiarare il proprio ceto sociale (“orno dunque sono”)
    • rappresentare il senso di appartenenza ad una comunità e quindi la propria identità sociale
    • far spazio all’arte privilegiando la rappresentazione del “bello” sull'”utile”

    Il delineare questi ambiti mentali mi ha chiarito le idee: non ho più fatto confusione tra storia e cultura, tra tecniche e simbolismi, tra vecchio e il nuovo. Ogni ricamo, raccontando una storia propria e unica, si colloca in almeno uno di questi ambiti. La comprensione del “racconto” che ogni ricamo porta con sé passa quindi attraverso questo filtro interpretativo.

    Decifrare il racconto di un ricamo mi permette di risvegliare l’immaginazione, di renderla pronta all’ascolto e capace di interpretare e far propri nuovi significati. Un semplice, infinito, quotidiano, esercizio di bellezza. Ecco la magia e l’incanto che dischiude il racconto di un manufatto ricamato: se c’è l’intenzione di scoprire il mistero di questo racconto e la volontà di esplorare con la ragione ciò che l’immaginazione suggerisce si apriranno orizzonti incredibili.

    E allora provo a raccontarvi quattro piccole storie, semplici, che sono state raccontate a me in questi ultimi anni senza che in fondo ne fossi pienamente consapevole. Solo un accenno perché, più avanti, con il tempo e con i vostri suggerimenti, spero di di approfondirle una per una.

    La dimensione sacra dell’esistenza

    Suzani nel museo delle Arti Applicate di Tashkent (2012)

    Colorati, densi, suggestivi: sono le caratteristiche principali di un Suzani, i pannelli ricamati di tradizione Uzbeka. Li ho tenuti tra le mani per la prima volta quando lavoravo in Afghanistan del Nord, in aree con una forte componente etnica Uzbeka. Li ho ritrovati classificati e descritti nei musei di arte applicata di Bukhara e di Tashkent in un viaggio in tempo di pace. Oggi c’è un magnifico arazzo Suzani in casa mia ricamato da una ragazza di Bukhara, madre di quattro figli a solo 24 anni all’epoca del nostro incontro.

    Questi pannelli hanno una struttura concentrica, sono ricchi di simboli sincretici sciamani (pre-islamici) e raccontano della potenza magica, protettrice e feconda dell’universo che ci circonda. Nessun elemento è scelto a caso: soli, lune, stelle, piccoli e grandi fiori, specialmente di melograno, motivi decidui o rose concentriche. Secondo tradizione, ogni elemento è aggiunto con il preciso scopo di comporre una immagine del mondo bene-augurante ai novelli sposi donata loro nel giorno delle loro nozze.

    Sto approfondendo le conoscenze in questo ambito e prima o poi vi racconterò, tra l’altro, dell’arazzo che ho in casa e del mio desiderio di tornare in Centr’Asia per imparare le tecniche di ricamo a crochet ed ago suzani da una maestra uzbeka.

    Ornamento e ceto sociale

    I ricami della haute couture di Dior; in seconda fila il mitico “abito Corolla” degli anni ’50 alla mostra temporanea al Musée des Art Decoratives (2017)

    Ho visitato la mostra Christian Dior. Couturier du rêve (Musée des Art Decoratives, Parigi, 5 luglio 2017 – 7 gennaio 2018) lo scorso inverno mentre ero a Parigi impegnata nella mia formazione in ricamo haute-couture. Una occasione unica di entrare in un archivio immaginifico che ho vissuto come un assoluto privilegio.

    Per Monsieur Dior e per tutti i creativi che hanno guidato la maison negli anni successivi alla sua morte, il ricamo ha sempre costituito una componente fondamentale per una piena espressione creativa. Lo stesso Dior in un suo intervento ad una conferenza alla Sorbona nel 1955 sosteneva che l’esistenza di pochi privilegiati destinatari delle sue creazioni erano di fatto la sola possibilità di mantenere viva un’artigianalità molto prossima all’arte che altrimenti sarebbe andata perduta in una economia sempre più veloce e utilitaristica.

    Io stessa guardando il meraviglioso abito Corolla di Dior non penso neanche per un minuto al fatto che non me lo posso permettere o che non è per me. Lo guardo e i miei pensieri dominanti sono: “Come sono fatti quei ricami meravigliosi? Come imparo a farli anche io? Di che materiali sono fatti? Cosa devo aggiungere ai mie abiti per tendere alla stessa idea di bellezza?”. E non credo proprio di essere la sola a pensare queste cose …

    E benedico l’ignota principessa del reame di non so che che ha commissionato, inconsapevole e con il suo solo esistere, la realizzazione di un’opera meravigliosa.

    Identità e senso di appartenenza

    Io che scorrazzo per l’Hindu Kush alla ricerca di sorgenti d’acqua con indosso un abito Kuchi scovato in un mercatino di Maymaneh (2002)

    Il vestito che indosso in questa foto è stato ricamato sul corpetto e alle estremità delle maniche con punti antichi e materiali poverissimi secondo la tradizione dei Kuchi dell’Afghanistan del Nord, nomadi in perenne movimento nelle aree desertiche delle steppe a Nord dell’Hindu Kush. Gli abiti portati dalle donne hanno tutti un taglio identico mentre la variabilità e la ricchezza dei simboli rappresentati e dei materiali utilizzati per i ricami racconta del ruolo e del prestigio sociali di chi lo indossa.

    L’abito che ho indosso nella foto non è un vestito qualsiasi tra i tanti, ma un vestito che una donna Kuchi ha cucito e ricamato per sé o per la propria figlia. E’ l’abito di una vita, un abito del quale non ci si disfa.

    Perché questo oggetto era in vendita tra un cumulo di stracci? Non lo so. Ma non mi è difficile immaginare che ci sia una storia triste dietro questo abito. Comprare questo manufatto e scegliere di indossarlo praticamente ogni giorno di lavoro dell’anno che ho passato in Afghanistan è stato puro istinto. Indossare questo oggetto per me ha significato, oltre la ragione che ha obbligato una famiglia a disfarsene, conservare i semi di una vita che non ho conosciuto e un tentativo di perpetuare i valori che una madre ha insegnato alla propria figlia che probabilmente se ne è andata troppo presto. Sono certa che si tratta dei medesimi valori che la mia famiglia ha insegnato a me.

    Mi piace pensarla così anche perché, con questo abito indosso, le famiglie afghane mi hanno sempre accolto con sorriso e speranza, oltre il colore della mia pelle e oltre le evidenze fastidiose della mia cultura, insegnandomi un modo nuovo di concepire il senso di appartenenza ad una comunità.

    Arte del bello sull’utile

    Particolare di paravento ricamato esposto alla fiera Fili Magici di Vinovo (TO); stand “Ricami d’Arte Bandera Valle di Susa” (2018)

    Un nonna, una madre e una figlia che preparano il corredo da sposa. Nella nostra tradizione il matrimonio è, o è stato, il nostro “rito di passaggio” alla vita adulta femminile. Il corredo racconta di un amore rinnovato alla luce delle candele nelle sere di giorni faticosi tra i tanti. Gli elementi del corredo preparati si aggiungevano poi a quelli tramandati, a rappresentare il desiderio di garantire la continuità e l’immortalità dei valori secondo i quali la famiglia educava i propri figli.

    Mi piace pensare però che per le donne non appartenenti all’alta società, preparare il corredo per le proprie figlie sia stata anche una straordinaria occasione di poter guardare alla propria esistenza come se fosse unica. Nel mondo degli umili per una donna non c’erano grandi occasioni di mostrare la propria unicità: il carattere era domato, il destino segnato, i progetti per il futuro già pianificati dai padri. Il corredo poteva allora essere l’occasione di rappresentare la propria unicità in una originale e personalissima idea di bellezza. Perché addormentarsi su una anonima federa bianca di cotone povero o di lino grezzo se ci si poteva addormentare sulle cifre ricamate con le iniziali dalla mamma come se fosse la sua ultima carezza della sera?

    E oggi che il corredo non si “usa più” mi piace pensare che ricamare gli oggetti di uso quotidiano sia un modo semplice ma efficacissimo di dar valore agli oggetti per quello che sono: funzionali e utili al nostro modo “unico” vivere. E nel nostro vivere abbiamo bisogno di bellezza.

    Così la bellezza ci invade quando ci asciughiamo con una salvietta ricamata, quando festeggiamo la vita a tavola su una tovaglia ricamata, quando ci cambiamo dietro un paravento ricamato, quando leggiamo alla luce di un paralume ricamato, quando ci addormentiamo tra lenzuola ricamate … Quando ancora scegliamo il nostro “vestito della festa” ricamato!

  • Rispondi a miriam Annulla risposta

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    2 comments
    Antropologia e ricamo: il punto di partenza per una inguaribile curiosa

    • Catalina ha detto:

      Dear Miriam,
      This is a beautiful post on the meaning of embroidery.
      Thank you so much for sharing it with us.
      Catalina

      • miriam ha detto:

        Thank you very much Catalina. It is always very precious to receive your comments and your compliments. Thanks again and see you soon!