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    Ancora sul crochet: approfondimento tecnico sullo strumento

    18 agosto, 2018

    http://www.buckscountymuseum.org

    Come vi accennavo in questo post crochet sta per uncino. “Crochet” è un termine francese, nei paesi anglofoni viene chiamato “hook” e in Italia “uncinetto”. Tecnicamente è uno strumento che funziona in maniera molto simile in tutte le culture ma da un punto di vista più squisitamente…  “strutturale”, possiamo distinguerne diverse tipologie. Ve li elenco e poi provo a descriverli uno ad uno:

    • crochet de Luneville
    • uncinetto
    • aari
    • kantan

    Crochet de Luneville

    credits: https://www.pinterest.it/pin/55591376626169282/

    Si comincia ad utilizzarlo per il ricamo in Francia nella prima metà dell’ 800 proprio a Luneville, città della Lorena dedicata alla produzione di ricami ad alti livelli. Pare tuttavia che questo strumento abbia origini più antiche in Oriente, con molta probabilità in Cina o in India.

    Il crochet de Luneville è costituito da un manico in legno, anatomico e, nelle forme più preziose, intarsiato quasi da assomigliare ad una piccola opera d’arte. Ad una estremità una testa in metallo permette l’inserimento di una punta uncinata, l’uncino vero e proprio, chiamato “aguille” (!) – ago, tanto per aggiungere complicazione.

    L’ago è in acciaio di diverse dimensioni che variano da 70 (la più fine) a 120 (la più grossolana). Non conosco l’unità di misura di questo numero: esprime una grandezza, sicuramente, ma non so altro. Sulla testa in metallo una vite permette, stringendo, di fissare la posizione dell’ago che deve essere orientato in linea con la vite stessa.

    Ci sono due taglie di manico: una per le punte 70-90 e una per le punte 100-120. In fase di acquisto accertatevi che con crochet non si intenda il solo manico. Per i vostri primi esercizi procuratevi una punta da 80 che può essere considerata un vero e proprio passe-partout: Lesage docet.

    In linea generale la dimensione della punta deve essere coerente con la densità della trama del tessuto che si utilizza: punte medio-fini per tessuti leggeri e, soprattutto, più delicati; punta media per tessuti pesanti; punta grossolana per tessuti a trama larga; punta finissima e quasi tagliente per tessuti tipo pellami.

    Io ho imparato ad utilizzarlo proprio a Luneville con il solo filato e l’anno seguente ho studiato le tecniche di applicazione dei materiali all’Ecole Lesage di Parigi (sotto la categoria “reportages” potete trovare tutti i post dedicati a questo intenso periodo di formazione francese).

    Aggiungo una piccola nota metodologica: quando si esegue il punto catenella con il solo filato si lavora sul dritto del lavoro perché l’asola, ben visibile, conferisce volume al punto. Quando invece si applicano perline o paillettes (che devono essere rigorosamente infilate sul filato) si lavora sul rovescio così che l’asola, restando sul rovescio, non tolga luce al materiale.

    Oggi il crochet de Luneville viene utilizzato in Francia, in Inghilterra e in alcuni paesi di cultura araba dove si sta imponendo la tradizione dell’alta moda francese, come il Libano. In Canada, Australia e negli Stati Uniti i “puristi” lavorano con questo tipo di crochet. 

    Uncinetto

    credits: http://ikickshins.net/stainless-steel-crochet-hooks/

    Per “uncinetto” si deve intendere quello classico che conosciamo tutti: nelle modalità di utilizzo è esattamente uguale al crochet de Luneville. Funzionano le stesse raccomandazioni e i medesimi accorgimenti.

    In questo caso si parla di “punta” e non di ago perché è un tutt’uno manico. L’uncinetto è un tutt’uno tra manico e punta e, a differenza del aari, non cambia nemmeno il materiale: è tutto in acciaio.

    La titolazione delle punte segue una numerazione specifica: per i ricami ho visto utilizzare le punte 0,5 o 0,6; le più fini ritrovabili sul mercato. Come per il crochet de Luneville, la dimensione della punta è funzione della pesantezza e della densità del tessuto da ricamare.

    Credo si utilizzi solo in Italia e solo nei ricami per la moda. Oltre che per la realizzazione di merletti, certo. Io ho imparato ad utilizzarlo alla scuola di ricamo di Pino Grasso a Milano come vi ho raccontato qui a suo tempo. Mi è stato insegnato che per agevolare l’utilizzo e ottimizzare la comodità dell’impugnatura si può eseguire nell’area di presa una imbottitura ad hoc.

    Aari

    credits: https://www.pinterest.it/pin/407364728788526762/

    E’ l’uncinetto indiano, utilizzato in prevalenza per le tecniche del ricamo Zardosì.

    E’ costituito da un manico in legno e da un uncino in ferro, anche in questo caso chiamato “ago”, fissato al manico e non estraibile. Non sono disponibili misure di ago a grossezza differenti e non ci sono taglie dell’uncino da utilizzare con filati differenti.

    Esistono tuttavia due tipi di ago: uno più corto e uno più lungo. Quello corto viene utilizzato quando si ricama solo con il filato. Si lavora sul dritto del lavoro e la gestualità mi appare identica a quella del crochet de Luneville.

    Quando si utilizzano applicazioni si usa l’ago più lungo. Le perline, le paillettes o i cristalli vengono infilati in questo ago, non sul filo. Lavorando sempre sul dritto del lavoro, ad ogni punto l’anulare della mano che sostiene l’uncino fa scivolare sul tessuto, uno ad uno le perline, le paillettes o i cristalli e il punto catenella li “fissa”.

    Per restare incantati vi invito a guardare un qualsiasi video su YouTube che mostra la realizzazione di un ricamo Zardosì. La velocità e la destrezza degli artigiani ricamatori indiani vi lascerà senza fiato. Potrete osservare anche che i ricamatori in India sono tutti uomini. L’arte del ricamo è infatti considerata “nobile” e quindi tradizionalmente realizzata da maschi; alle donne è riservato il ricamo casalingo, un po’ come avveniva in Europa nel Rinascimento.

    Io non ho mai usato il aari ma immagino di essere in grado di utilizzarlo solo per il ricamo con i filati. La gestualità per l’applicazione dei materiali è troppo diversa da quella alla quale mi sono abituata e richiede sicuramente una manualità da educare.

    So che lo utilizzano in India e l’ho visto utilizzare anche in un atelier di suzani in Uzbekistan su un tessuto di cotone teso su un telaio fatto di tondini di ferro (!) non lontano da Bukhara. Bellissimi ricordi … Se potessi fare un periodo di studio delle tecniche di  ricamo suzani dell’Uzbekistan mi piacerebbe ripartire da lì. Non ho nessuna idea di come si ricami in Iran ma forse in maniera non del tutto dissimile: questa è una dimensione tutta da esplorare che mi interessa moltissimo… Se avete notizie, idee o suggerimenti sono sicuramente ben accolti.

    Kantan

    credits: https://www.brooklyncraftcompany.com/products/kantan-needle

    Di questo uncinetto non so dirvi praticamente niente di interessante, praticamente non lo conosco e non lo so usare. Visivamente è molto simile al aari nella struttura con l’aggiunta di un “gancio” sull’ago che agevola la cattura del filo sotto il lavoro quando si aggancia per la catenella riducendo la possibilità di “perdere il filo” soprattutto nelle fasi iniziali dell’apprendimento.

    Credo venga utilizzato in prevalenza negli Stati Uniti, in Canada e in Australia.

    Credo che anche in questo caso non ci siano differenze nelle dimensioni dell’ago pertanto, essendo piuttosto grossolano, non può essere utilizzato su tessuti leggeri e delicati. Ma sono sicura che qualcuno di voi ne sa molto di più, pertanto attendo consigli su come approfondire le informazioni a riguardo.

    Pertanto …

    Per mia esperienza diretta e per i ricami che realizzo il crochet de Luneville è sicuramente lo strumento più coerente e versatile.

    Imparare ad utilizzarlo bene per me significa imparare la “resa” di vari tipi di filati e di vari tipi di materiali tra i quali pellami, tessuti sovrapposti, perline in vetro, in plastica o legno di vari diametri e tagli, paillettes di vari diametri e tagli, etc. Quello che ho imparato fino ad oggi ve lo trasmetterò nei corsi che sto organizzando e che vi proporrò in autunno.

    I materiali sono davvero infinti, usare bene un crochet significa saper adattare le caratteristiche dello stesso alle caratteristiche dei materiali garantendo precisione, ordine, versatilità e non da ultimo … velocità.

    Ma resta il fatto che percorrere quest’arte per me significa esplorarne anche la componente antropologica e culturale. Quindi sono ben predisposta a cimentarmi in sperimentazioni e contaminazioni di tutti i tipi. Vi ho già detto, vero, che vorrei tornare in Uzbekistan per imparare ad utilizzare il aari?

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